Hybrid-working

L’hybrid-working è un fenomeno molto diffuso da due anni a questa parte. La causa scatenante è stata la pandemia, che ha stravolto la quotidianità di tutti noi e di conseguenza anche il mondo del lavoro.

L’hybrid-working consiste nell’alternare il lavoro da remoto a quello in presenza. Questa commistione è stata valutata positivamente dalla maggior parte delle persone, la quale si ritiene disposta a ripeterla o continuarla in futuro. Le caratteristiche principali dello smart-working sono massima flessibilità e mobilità, qualità positive sia per le aziende che per i dipendenti.

Purtroppo non è oro tutto quel che luccica. Chi lavora da casa si abitua a vivere la propria giornata tra le mura della sua abitazione, ciò comporta una crisi generale per chiunque sia costretto a lavorare in presenza per mantenere in vita la sua attività. Le persone, dopo la pandemia, escono molto meno, causando la chiusura di negozi, ristoranti, hotel e altre attività.

Verso un new normal?

Nell’era post-pandemia il lavoro ibrido si configurerà come valida alternativa. Questo modello, rispetto a quello tradizionale, offre più elasticità ai dipendenti e alle aziende. Potenzialmente si potrebbero costruire le fondamenta per realizzare un’organizzazione del lavoro più produttiva ed intelligente in grado di garantire la continuità delle aziende anche in caso di eventi non prevedibili, come una pandemia. Si va quindi verso un “new normal”, un terzo dei dipendenti italiani lavorerà da remoto.

<<Durante la fase più acuta dell’emergenza lo Smart Working ha coinvolto il 97% delle grandi imprese, il 94% delle pubbliche amministrazioni italiane e il 58% delle PMI, per un totale di 6,58 milioni di lavoratori agili, circa un terzo dei lavoratori dipendenti italiani, oltre dieci volte più dei 570mila censiti nel 2019. Il maggior numero di smart worker lavora nelle grandi imprese, 2,11 milioni, 1,13 milioni nelle PMI, 1,5 milioni nelle microimprese sotto i dieci addetti e infine 1,85 milioni di lavoratori agili nelle PA.>>

Ragionare riguardo il prossimo futuro sarà necessario, perché tornare alla vecchia modalità sarebbe un fallimento. Come se questi due anni non fossero serviti a nulla. Avremo il compito di trovare il giusto mezzo, con il fine di valorizzare sia il lavoro da remoto che quello in presenza. 

Lavorare da casa ha tanti vantaggi, sia a livello personale che a livello sociale. L’inquinamento, ad esempio, durante la pandemia, è calato drasticamente. Ma allo stesso tempo, come accennato precedentemente, sono tanti anche gli svantaggi. L’assenza in strada della popolazione ha avuto serie ripercussioni sull’economia e sulle PMI.

<<Ma lo Smart Working è ormai entrato nella quotidianità degli italiani ed è destinato a rimanerci: al termine dell’emergenza si stima che i lavoratori agili, che lavoreranno almeno in parte da remoto, saranno complessivamente 5,35 milioni, di cui 1,72 milioni nelle grandi imprese, 920mila nelle PMI, 1,23 milioni nelle microimprese e 1,48 milioni nelle PA. Per adattarsi a questa “nuova normalità” del lavoro il 70% delle grandi imprese aumenterà le giornate di lavoro da remoto, portandole in media da uno a 2,7 giorni alla settimana, una su due modificherà gli spazi fisici. Nelle PA saranno introdotti progetti di smart working (48%), aumenteranno le persone coinvolte nei progetti (72%) e si lavorerà da remoto in media 1,4 giorni alla settimana (47%), rispetto alla giornata media attuale>>.

Al momento ancora non esistono modelli predefiniti di hybrid-working ai quali attenersi. Alcune aziende danno la priorità allo smart-working, mantenendo comunque gli uffici attivi, alternando i dipendenti da remoto e in presenza. Molte aziende invece hanno impostato il lavoro in modalità full smart-working. Altre ancora invece sono dell’idea che gli spazi fisici abbiano la priorità.

Gli effetti dell’hybrid-working

Quali sono però gli effetti dello smart-working? La persone che lavorano da casa, se non supportate correttamente rischiano di rimanere ai margini dell’azienda. I dipendenti che lavorano in full smart-working non godono della rete aziendale e quindi si appoggiano a delle infrastrutture penalizzanti, come il wi-fi di casa, il quale è difficilmente performante quanto quello di un ufficio. La differenza però non si limita alla tecnologia. Non essere presenti non permette ai lavoratori di entrare a far parte delle dinamiche aziendali. La mancanza dell’interazione fisica rende alcuni dipendenti gli “ultimi a sapere le cose”. Oppure questi soggetti potrebbero non essere valorizzati come dovrebbero. Lavorare da casa, anche in modo professionale, potrebbe comunque non essere notato dai propri superiori, i quali, spontaneamente, daranno la precedenza a chiunque lavori in presenza, per il semplice fatto che svolgono le loro mansioni sotto i loro occhi.

A prescindere dai risvolti positivi o negativi la maggior parte dei leader delle grandi aziende sta dichiarano di voler impostare il lavoro ibrido. Le aziende ridurranno gli spazi fisici, risparmiando notevolmente, i quali per lo più saranno impostati per permettere l’interazione dei team, i quali, se non fosse per quelle poche presenze mensili, non avrebbero la minima idea di chi siano i loro collaboratori. Come ben sai non basta qualche video chiamata o qualche chat per avere la confidenza necessaria per lavorare bene con qualcuno.

Affinché il lavoro da remoto sia funzionale le aziende dovranno investire nella tecnologia necessaria per supportarlo. I dipendenti dovranno avere i mezzi necessari per lavorare come se fossero in ufficio. Il cartaceo non esisterà più e gli individui dovranno avere modo di accedere a documenti, applicativi e riunioni da casa, senza problemi di connessione. Allo stesso tempo le aziende dovranno procurarsi software che possano monitorare le attività dei suoi dipendenti, ma soprattutto che possano coordinare le attività dei dipendenti.

Probabilmente oggi stiamo costruendo le fondamenta per una modalità di lavoro più dinamica, sostenibile, intelligente. Essere aggiornati e guardare avanti è l’imperativo di questi tempi di cambiamento. 

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